Accedi al Fondo Benvenuti

Il fondo Marino Benvenuti, che si acquisisce per donazione delle figlie Paola e Pierangela, è costituito principalmente da raccolte tematiche di estratti da pubblicazioni scientifiche italiane di ambito neuropschiatrico degli anni 1930-75; dal materiale che documenta l’intensissima attività di ricerca di Marino Benvenuti; da diversi atti di congressi scientifici; da annate di riviste mediche, dal Trattato Italiano di Medicina Interna a cura di Paolo Introzzi, e anche da alcune annate di riviste mediche ottocentesche come «Lo Sperimentale» e il «Bollettino delle Scienze Mediche», lascito del padre Pietro e del nonno Ferdinando, medici entrambi. Marino Benvenuti diede un contributo significativo alla neurologia e alla psichiatria sia per la ricerca e le sperimentazioni di terapie allora innovative delle encefalopatie (sifilide e encefalite epidemica), che egli condusse negli anni giovanili presso l’Università di Pisa, sia per una impostazione neurobiologica della malattia mentale con conseguenti innovazioni nella pratica manicomiale. I materiali presenti nel fondo possono contribuire alla conoscenza di aspetti della storia della psichiatria e della neurologia in Italia, e particolarmente in Toscana, fino ad ora rimasti inopportunamente in ombra.

Marino Benvenuti nacque nel 1901 a San Marino, dove il padre Pietro esercitava la professione di medico pediatra. Si laureò nel 1925 presso la Facoltà Medica dell’Università di Pisa, dove rimase dal 1926 come assistente e poi come aiuto nella Clinica delle Malattie Nervose e Mentali fino al 1939. In questi anni, durante la direzione di Giovanni Battista Pellizzi, conseguì la libera docenza in Psichiatria (1932) e in Clinica Neuropatologica (1934) e ottenne importanti riconoscimenti per gli studi sulla sifilide cerebrale, allora una delle malattie neurologiche più devastanti, come il premio nazionale della Società Italiana di Psichiatria e quello dell’Accademia d’Italia. La sua monografia Sul meccanismo di azione della malarioterapia fu pubblicata nel 1933 con la prefazione del premio Nobel Wagner-Juaregg. Nel 1934 gli venne affidata la direzione del “Centro per la cura e lo studio dell’encefalite epidemica”, sorto per volontà della Regina Elena. In esso si potevano applicare le nuove terapie per la sindrome parkinsoniana postencefalitica a base di belladonna (cura bulgara).

Dal 1939 al 1950 fu direttore dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale dell’Aquila. Qui stimolò la ricerca clinica sulle malattie del Sistema Nervoso Centrale e ottenne, già nell'ottobre del 1939, l’istituzione di un reparto neurologico, il secondo in Italia dopo quello voluto nel 1926 nel Manicomio Provinciale di Arezzo dall’allora direttore Arnaldo Pieraccini. In questo reparto i pazienti venivano ricoverati secondo le norme di ogni ospedale civile, mentre per i degenti nei reparti psichiatrici erano in vigore le norme previste dalla legge sui manicomi e sugli alienati del 1904. Il reparto neurologico, fornito delle attrezzature tecniche necessarie, aveva la funzione di un centro provinciale di diagnostica neurologica che, utilizzando degenze brevi, forniva ai medici invianti informazioni dettagliate sulla patologia dei pazienti, che venivano seguiti anche con un’attività ambulatoriale. Tale ampliamento di attività clinica apriva la possibilità di studiare anche le malattie mentali da un punto di vista medico semiologico e laboratoristico nella prospettiva di individuare un percorso diagnostico e terapeutico diverso rispetto alla concezione custodialistica prevalente nei manicomi.

Nel 1945 pubblicò una monografia, Introduzione alla neurologia clinica infantile, la prima in Italia sull’argomento, che fu adottata come testo di semeiotica dall’Istituto Neurologico Besta di Milano e dalla Clinica Neurologica dell’Università La Sapienza di Roma. Ebbe inizio in quegli anni un sodalizio scientifico con Paride Stefanini, promotore della chirurgia dei trapianti in Italia, allora chirurgo presso l’Ospedale civile dell’Aquila.

Dal 1950 fu direttore dell’Ospedale Provinciale Neuropsichiatrico di Arezzo, succedendo ad Arnaldo Pieraccini, col quale fino dagli anni della sua formazione era in sintonia sia sulle modalità di gestione migliorativa dell’ospedale, sia sul trattamento e riabilitazione dei pazienti ricoverati (Arnaldo Pieraccini era fratello di Gaetano, medico, storico della medicina e uomo politico). Nei venti anni di attività ad Arezzo diede un nuovo impulso alla ricerca in ambito neurologico (lo testimonia il premio nazionale della Società Italiana di Neurologia, mai uscito prima dall’ambito universitario, per un gruppo di lavori sulla esplorazione stereotassica dell’encefalo) ed all’attività clinica, riattivando, dopo la distruzione bellica, il Padiglione Neurologico che divenne un importante centro di aggregazione di clinici e ricercatori.

Fu un precursore, con la monografia del 1950 Fondamenti bio-psicologici per una igiene mentale delle diverse fasi della vita umana, di quel movimento, molto attivo e diffuso in Italia, che auspicava e preparava il cambiamento dell’assistenza psichiatrica istituzionale verso la nuova prospettiva dell’Igiene Mentale in sintonia con quanto avveniva soprattutto in Francia con la territorializzazione delle cure psichiatriche.

Nel 1955 in collaborazione con Aldo Spirito, docente di Biologia alla Facoltà medica dell’Università di Perugia, iniziò la «Rivista di Neurobiologia», pubblicata dall’Ospedale Neuropsichiatrico di Arezzo, e la diresse fino al 1971, anno del suo pensionamento dalla direzione dell’Ospedale. La rivista, divenuta poi organo ufficiale della Società dei Neurologi Ospedalieri Italiani, ha rappresentato un importante crocevia di conoscenze e ricerche in un settore che oggi definiremo più modernamente come “neuroscienze”, ambito in cui scienze come la biologia, la medicina, la psicologia, la filosofia si intersecano nello studio della complessità del funzionamento mentale.

Nel 1960 fu insignito del Diploma di medaglia d’argento dei benemeriti della Scuola, Cultura e Arte su proposta del Ministro dell’Istruzione e nel 1983 fu nominato Socio onorario della Società Italiana di Neurologia. Morì ad Arezzo nel 1986.